Aumentare l’autostima significa acquisire sicurezza in sé stessi, valorizzando le proprie qualità e realizzando uno stile di vita appagante.
Prima di iniziare la lettura di questo articolo vi invito a guardare questo brevissimo video in dico la mia opinione sull’autostima:
In questo articolo tratteremo i temi seguenti:
Cos’è l’autostima?
L’autostima è l’arte di valorizzare e stimare sé stessi e ci sono alcune situazioni classiche in cui possiamo allenarla:
- Quando i nostri obiettivi non sono rigidi;
- Se non abbiamo delle certezze e ci sentiamo per questo fragili;
- Vivere sempre nel passato o futuro invece di restare nel “qui ed ora”;
- Quando riusciamo ad accettare il nuovo senza giudicare;
- Se siamo tristi non spaventiamoci e lasciamo fluire questo sentimento;
- Facendo cose nuove possiamo sentirci insicuri ma non dobbiamo insistere sui giudizi;
- Il nostro momento psicologico arriva quando lasciamo che le energie si formino dentro noi nel silenzio senza ansia.
Capita che la domanda: ”avere fiducia in se stessi cosa significa”, sia risolta con una visione “consumistica” dell’autostima.
Giudichiamo pensando al “come” e non alla qualità per stimare (dal latino aestimare, cioè valutare) il significato di un sentimento che è un credere in sé stessi e sentirsi sicuri e positivi.
Ciascuno di noi ha dentro sé stesso la volontà e la coscienza per poter riuscire a trasformare la bassa autostima in fiducia in sé stessi, l’importante è riuscire ad abbandonare le nostra ansia dovuta alla paura di non essere all’altezza delle situazioni.

Bassa autostima cause
Una bassa autostima ci fa sentire sempre inadeguati sia nei confronti di noi stessi che degli altri.
Ci ritroviamo con scarsa autostima quando c’è differenza tra quello che si vorrebbe essere e quello che percepiamo di essere.
Avere fiducia in sé stessi significa conoscersi, cioè conoscere le proprie capacità e non pretendere troppo, significa avere la consapevolezza dei limiti, e significa accettarsi, e per migliorare l’autostima non ci deve essere un auto convincimento cercando di dare ordini a sé stessi perché il “devi, devi, devi” significa addestrarsi come un cagnolino.
Aumentare l’autostima è anche ammettere che è possibile trasformare le debolezze in armi vincenti senza stravolgere la propria personalità.
Smettiamola di pensare che gli altri ci giudicano e ci mettono i voti quando, invece, siamo noi che abbiamo una bassa autostima e che dobbiamo cambiare modo di pensare.
Soprattutto noi ci auto valutiamo, determinando una bassa o alta autostima, per situazioni della vita come:
- Giudizi degli altri che sono per noi importanti e che ci arrivano o direttamente o indirettamente;
- Quando siamo insieme ad altre persone le confrontiamo con noi e ci valutiamo;
- Possiamo anche dare un giudizio su noi stessi osservandoci e giudicando le affinità o le differenze con gli altri.
Bassa autostima, rimedi e consigli
Le persone con bassa autostima si arrendono facilmente convincendosi che non ce la faranno mai, ma è la consapevolezza che è capace di determinare cambiamenti e trasformazioni profonde.
Spesso la scarsa autostima è costruita da noi stessi e da pensieri che vediamo sempre negativi come il famoso proverbio “Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto”:
- Se c’è un particolare negativo in noi guardiamo solo quello;
- Ci facciamo idee preconcette su noi stessi senza prove o dati di fatto;
- Generalizziamo particolari della nostra personalità come se fossero tutta la nostra identità;
- Minimizziamo tutto quello che facciamo non dandogli l’importanza che merita;
- Se un evento non si manifesta nella maniera giusta, diventa sempre colpa nostra.

Come avere autostima? Come aumentare l’autostima?
Non è semplice rispondere alla domanda su come avere o aumentare la propria autostima, perché ognuno di noi, di solito, pretende troppo da se stesso.
In effetti vogliamo spesso avere personalità che non si adeguano a quello che siamo in realtà.
Dobbiamo liberarci da schemi e abitudini per lavorare sull’autostima che, in effetti, significa semplicemente valorizzare le qualità che già abbiamo e aumentare sicurezza in sé stessi.
Per poter ottenere questo dobbiamo liberarci da condizionamenti che ci fanno restare sempre un passo indietro e buttarci a capofitto usando il massimo dell’energia fino allo stremo delle forze.
Aumentare la propria autostima significa accrescere la percezione positiva che abbiamo di noi stessi con particolari strategie come:
- Valutare che capacità abbiamo per la soluzione dei problemi, in ogni campo, fa acquisire sicurezza;
- Cercare dentro di noi delle positività invece di far prevalere le negatività;
- Riuscire a giudicare le situazioni con obiettività, sapendo che le soluzioni, sia positive che negative, non dipendono tutte da noi;
- Non lasciamoci trascinare dai problemi ma cerchiamo di auto controllarli tenendoli più a distanza;
- Se le aspettative, per qualsiasi cosa, sono troppo grandi per noi, ci sarà una delusione e una autostima bassa;
- Comunicare con gli altri senza grandi problemi, è molto importante per acquisire sicurezza in sé stessi;
- Avere una buona immagine corporea di sé stessi, a qualsiasi età, è un vissuto che ci aiuta ad aumentare una autostima bassa.

Come aumentare l’autostima per combattere l’ansia
E’ importante, prima di tutto, cercare di esplorare le emozioni che si creano dentro noi per gestirle e cercare di valutarle, per capire quali sono i motivi che producono bassa autostima e alzano il livello dell’ansia procurando grandi insicurezze e malesseri.
Indubbiamente se ci guardiamo intorno possiamo notare che, mai come oggi autostima e ansia sono sensazioni che compongono la nostra vita, perché sappiamo che, nel momento in cui l’autostima comincia a mancare significa non avere più fiducia in noi stessi, ci sentiamo inadeguati e sbagliati facendo così aumentare l’ansia.
Per approfondire questo argomento, leggi il mio articolo su “Cos’è l’Ansia e come combatterla”

Questo meccanismo può portare a casi estremi che conducono a un circolo vizioso, dove le situazioni più semplici diventano insormontabili, sia nelle attività quotidiane che sul lavoro o nelle relazioni con gli altri, per cui sarà necessario farsi aiutare da un percorso di psicoterapia.
Per approfondire questo argomento, leggi il mio articolo su “Cos’è la Psicoterapia: Psicoanalisi e altre terapie”
Paura del giudizio: perché alcune persone non sanno “vendersi” professionalmente
In un momento storico in cui comunicazione e immagine personale pesano quasi quanto, se non più, delle competenze, l’autopromozione è diventata una abilità importante. Eppure, non tutti sanno ‘vendersi’.
Ci sono molte persone estremamente preparate e capaci che faticano a descrivere il proprio valore, ad esprimere le proprie abilità e spesso vengono fermate da un blocco interiore fatto di insicurezze, paura del giudizio.
Perché succede? Perché per alcune persone è così difficile valorizzarsi nel contesto professionale?
Forse abbiamo paura di sembrare e essere giudicati presuntuosi, e finiamo per diminuire le nostre competenze invece di valorizzare in modo autentico ciò che sappiamo fare.
Alcune persone, pur essendo competenti, pensano: “Non voglio sembrare arrogante” o “Non mi piace mettermi in mostra”. Ma quali possono essere le conseguenze psicologiche e professionali di questa narrazione interna? Questo atteggiamento può tradursi in una forma di chiusura professionale e restiamo fermi, anche davanti a opportunità che potremmo cogliere con più coraggio e convinzione delle nostre capacità.
Le donne sembrano vivere questa difficoltà in modo ancora più marcato “
Le donne spesso vengono educate alla modestia e fin da piccole impariamo che è apprezzabile essere riservate, accomodanti, mentre affermare i propri meriti può sembrare sconveniente perché sono dei “permessi interiori” che non ci siamo ancora conquistati.
La paura del giudizio degli altri pesa molto così come l’immagine che pensiamo che gli altri possano farsi di noi che vogliamo uscire dal modello “brava bambina”, ma tutto ciò può diventare una gabbia che limita la crescita personale e professionale.
E’ possibile arrivare al punto di avere quella che viene chiamata la “sindrome dell’impostore” che descrive la condizione di chi pur avendo avuto riconoscimenti e risultati importanti non se ne sente degno e continua a dubitare di sé e delle proprie competenze.
Dobbiamo imparare a valorizzarci lavorando sull’autostima per rafforzarci e toglierci i pensieri svalutanti che ci sminuiscono, rinunciando al perfezionismo al quale aspiriamo e che ci fa sentire come se non avessimo mai fatto abbastanza.
Imparare a saper comunicare il proprio valore è un passo importante che bisogna raggiungere perché comunicare bene non significa apparire, ma far emergere in modo autentico ciò che sappiamo fare e che valore possiamo portare
Come aumentare autostima e sicurezza
A questo punto è assolutamente necessario, prima che diventi troppo forte, mettere in atto delle attività che possano aiutare le persone ad iniziare ad affrontare le difficoltà magari con piccole attività, con dei compiti che allontanino la testa dal pensiero:” non ci riuscirò mai, sono sbagliato”.
Credo che tutti in queste situazioni (l’ansia ti paralizza) potrebbero sforzarsi di fare dei piccoli esercizi fisici che si possono compiere anche in casa, e che potrebbero iniziare con esercizi di stretching, e questo darebbe il via a un progetto giornaliero di miglioramento per credere in se stessi e che, effettivamente, possiamo ottenere se liberiamo un po’ la mente dall’ansia.
Trovo che molti pazienti si sono rafforzati compiendo queste semplici attività fisiche, e prendendo fiducia nel fatto che potevano proseguire con qualcosa di più impegnativo, dal punto di vista fisico, come uscire da casa per una passeggiata a buon ritmo e rafforzando la parte psicologica con l’applicazione del Training Autogeno che è una tecnica molto efficace per imparare a rilassarsi e a liberare e calmare la mente e gestire le emozioni.
Per approfondire questo argomento, leggi il mio articolo su “Cos’è il Training Autogeno e come funziona”

Autostima: buon rapporto con se stessi
E’ importante chiederci com’è il rapporto con noi stessi per riuscire a capire quanto ci stimiamo. Siamo sempre pronti a esprimere parole non lusinghiere su di noi? Ci sentiamo sempre più sfiduciati?
Dobbiamo ricordarci che la disistima porta a un indebolimento del sistema immunitario e a far nascere le malattie psicosomatiche come l’ipertensione, la gastrite, l’asma, la colite e la cefalea.
Per approfondire questo argomento, leggi il mio articolo su “Malattie psicosomatiche e psicosomatica: cosa sono e tipologie”
Le parole sbagliate che usiamo per descrivere noi stessi, sono convinzioni che fanno crescere l’insicurezza e la sfiducia, e quante volte ci siamo detti: “è colpa mia, non riesco mai a farne una giusta”, “sarò una buona mamma, una brava moglie?”, oppure “il mio lavoro sta andando male perché non ci metto abbastanza impegno”?
Non c’è bisogno di pensare che tutto ciò sia irrevocabile, ma che lo si può modificare per arrivare ad un giusto equilibrio senza pretendere di essere “super” perché bisogna anche mediare e accontentarsi dei risultati anche accettando i nostri difetti.
Cosa fare?
Dobbiamo diventare consapevoli di chi siamo e cosa vogliamo attraverso la conoscenza delle nostre interiorità e facendo leva su credere, con fiducia, di riuscire a gestire gli obiettivi importanti che ci siamo prefissati senza stravolgere chi siamo e come siamo, con la capacità di riuscire a gestire le varie situazioni che si creano giornalmente.

Siamo in un’epoca fatta di modelli che ci vengono proposti, i famosi influencer, che ormai invadono la nostra vita e che, forse involontariamente, ma spesso con ammirazione, cerchiamo di imitare come se fossero i depositari di un’autovalutazione positiva. https://www.serenellasalomoni.it/delusione/
Per approfondire questo argomento, leggi il mio articolo su “Delusione”
I paragoni non servono a niente e dobbiamo accettare e scoprire il nostro essere unici nelle emozioni che sentiamo sia positive che negative, conoscendole bene e lavorare sulle contraddizioni per trovare quella che sarà la “nostra strada di vita” in accordo con i valori e gli obiettivi e le capacità che abbiamo.
Accetti i complimenti?
Sembra impossibile ma la maggior parte delle persone, gestiscono molto male verso chi gli fa dei complimenti, cercando di evitarli, di scoraggiarli, di svalutarli o di ribaltarli all’opposto, il che è sbagliato perché è un comportamento rivelatore di bassa autostima.
Parliamo di “complimenti” non di commenti invasivi, fatti da sconosciuti perché la linea tra complimento autentico e commento invasivo può sembrare sottile, ma la differenza sta spesso nell’intenzione, nel contesto e nel rispetto dei confini dell’altra persona. Possono arrivare complimenti sull’aspetto esteriore e fisico o caratteriali.
Se diciamo all’amica “Quel colore ti dona” è un’osservazione gentile, con un effetto generale, non sul corpo, ma se invece diciamo: “Hai perso peso, stavi meglio prima” è un giudizio gratuito che nessuno ci aveva chiesto e fa riferimento a cambiamenti fisici che potrebbero essere legati a insicurezze o disturbi alimentari.
Sul lavoro, un complimento è “L’idea che hai presentato in riunione è molto valida e chiara e ti ho ascoltato con piacere”, perché riconosce il merito. Un commento invasivo invece è “Non credevo che riuscissi a risolvere il problema” oppure: ” Non ti facevo così capace, mi hai stupito”, rivela un pregiudizio e un’aspettativa bassa.
La regola sicura per distinguere i complimenti dai commenti invasivi è che un complimento fa sentire, chi lo riceve, visto/a e riconosciuto/a. Un commento invasivo fa sentire osservati/e, valutati/e quindi a disagio.
Sono poche le persone che sanno accettare i complimenti senza tradire una linea sottile di imbarazzo o sindrome dell’impostore (è un vissuto psicologico, dove persone di successo dubitano delle proprie capacità, attribuendo i risultati a fortuna e non alle proprie competenze.) In poche persone sanno davvero dire “grazie” e crederci veramente.
Ma perché ci sentiamo a disagio quando qualcuno dice qualcosa di bello su di noi?
La spiegazione più banale è che accade perché non abbiamo abbastanza autostima ma non è solo questa la ragione. Come spiegano diversi studi psicologici, ricevere un complimento è un’esperienza intensa, perché ci espone, ci sorprende, ci mette davanti a uno sguardo che spesso non coincide con il nostro e ci fa sentire osservati e giudicati e spesso sorprendendoci e ci crea imbarazzo, positivo ma pur sempre imbarazzo.
Può succedere infatti anche alle persone più sicure di sé, in momenti in cui non pensavano di “meritare” quell’approvazione,infatti non è solo questione di autostima, ma di comprensione delle emozioni e immagine di sé. Ci sono poi dei casi limite che sono il frutto di un’educazione rigida: molti e molte di noi hanno imparato sin da piccolissimi che la modestia è virtù, che la lode è sospetta, che non bisogna farsi notare.
Quando qualcuno fa un complimento sincero, spesso ci prende alla sprovvista e il nostro cervello automaticamente, per difesa, lo chiude fuori. Perché, se accettiamo di essere in quel modo che tanto è piaciuto, potrebbe accadere che nel futuro non lo saremo più. E allora?
Meglio ridimensionare subito così non rischiamo di deludere nessuno. Ma questo istinto di difesa, per quanto comprensibile, ci allontana dagli altri perché i complimenti, nella loro forma più vera, non sono una valutazione, ma un tentativo di connessione. Qualcuno dice: “bravo/a”, sta dicendo che vuole costruire un rapporto affettivo, lavorativo o di collaborazione e se dall’altra parte si alza un muro fatto di battute o di minimizzazioni si manda tutto all’aria.
Naturalmente, non esiste alcun obbligo né diktat di comportamento quando si riceve un commento sano e positivo, ma si può imparare a restare per un po’ in quella condizione e accettare la gratificazione.
Ci dobbiamo allenare a non scappare, da un’immagine di noi che in fondo è quella che andiamo già rincorrendo e lasciare che quella piccola frase. “mi sei sembrata forte oggi”, “mi sei piaciuta”, “sei stato bravo” sia giusta perché è vera e posso accettarla e farla diventare mia.
Vita da Single: sologamia
Sposarsi essendo soli è possibile?
C’è chi sogna l’abito bianco, chi la festa con amici e parenti, chi il viaggio di nozze in un luogo da favola, la televisione ti premia e ti da visibilità con trasmissioni come “Quattro matrimoni”.E poi eccoci alla scelta di farlo anche se sei solo, sembra ridicolo ma c’è chi sceglie di dire “sì” a sé stesso.
La sologamia, ovvero l’atto di sposarsi da soli, è un fenomeno che sicuramente mette curiosità, ma, in effetti, cosa significa al di là delle etichette?
E’ la celebrazione di una sorta di unione matrimoniale con se stessi, come appunto richiama il nome. Naturalmente non ha nessun valore legale e più che altro corrisponde ad un gesto forte e importante con cui la persona dichiara di volersi impegnare nei confronti di se stessa, cioè una specie di rispetto e autostima per la propria persona.
Si tratta, quindi, di un atto di auto affermazione e auto riconoscimento. Abbiamo letto di casi sui media di persone che si sono messe un l’abito giusto, hanno chiamato testimoni e hanno scelto di giurare amore eterno verso sé stessi, attribuendo a questa scelta un valore più che altro simbolico.
Ad esempio il ruolo della donna che è sempre stato relegato in passato a quello di moglie e madre e, per questo motivo, sono sempre più numerose (circa il 35%) le donne che, anche se non praticano la sologamia, decidono di concentrarsi su loro stesse e i loro obbiettivi.
Ci sono alcuni momenti della vita come dopo una rottura, una malattia o anche semplicemente per voglia di indipendenza, dove le persone scelgono di stare con loro stesse, lasciandosi alle spalle una società che spinge al matrimonio e a fare dei figli per forza di cose, quando non sempre questo è uno schema valido per tutti.
Il diffondersi di questo modo di pensare degli ultimi anni si può forse collegare all’aumento del numero di persone single in Italia che, secondo i dati più recenti dell’Istat sono circa 8,8 milioni, e alle ragioni che spingono gli italiani a non ricercare per forza un partner.
Perché tutto questo?
Soprattutto dal punto di vista lavorativo il cambiamento delle priorità individuali è forse tra le prime ragioni che spinge le persone a scegliere una vita da single. Anche una maggiore accettazione della “condizione”: fino a qualche anno fa essere single era una condizione sicuramente più marchiata. Ma anche la volontà di non subire alcune pressioni sociali o religiose e una crescente trasformazione dei legami affettivi, quindi relazioni più fluide, con meno vincoli e con più compromessi da ambo le parti
Fiducia cos’è? Dove trovarla?
Noi ci fidiamo sempre e totalmente degli altri? Oppure siamo diffidenti e pensiamo che tutti vogliano approfittarsi di noi?
Esiste ancora la gioia di incontrarsi, che è la cosa più gratificante, o ci rifugiamo come tartarughe ritirandoci in noi stessi?
Indubbiamente stando nel nostro angolino non dovrebbe succederci niente se non la situazione più penosa e dolorosa, cioè la solitudine che ci distanzia l’uno dall’altro, quando, invece, avremmo solo necessità di sostegno, affetto, parole di conforto, consigli e tutto quello che serve per togliere la sensazione della solitudine e che arriva solo attraverso la fiducia. https://www.serenellasalomoni.it/paura-della-solitudine/
Un buon esempio ce lo da il prof. Keating nel film con Robin Williams “L’attimo fuggente” che dice ai suoi allievi:” Carpe diem. Cogliete l’attimo, ragazzi. Rendete straordinaria la vostra vita, osate cambiare cercate nuove strade”.
Bisogna quindi, avere fiducia nella vita per trovare le strade per procedere e sviluppare i nostri progetti anche se la fiducia ha un doppio aspetto: da un lato può far paura perché non conosciamo dove o con chi stiamo andando e dall’altro ci costruiamo sopra le nostre relazioni e il nostro destino con coraggio e determinazione.

Sfiducia: perché?
Se continuiamo a criticarci ci sentiamo sempre più infelici e specialmente sfiduciati, e questo sta a significare che non crediamo nelle nostre capacità e negli scopi nella vita, mentre credere in noi stessi, significa anche accettare la sfiducia che sentiamo per scoprire talenti e qualità che erano nascoste e per cogliere le occasioni che la vita ci pone davanti.
Per approfondire questo argomento, leggi il mio articolo su “Paura di vivere: come superarla”
Possiamo imparare a credere in noi stessi?
Le sensazioni che sorgono in noi, sia positive che negative sono il cibo dell’anima perché appartengono alla nostra identità e bisogna imparare a stare con loro seguendo l’istinto e cercando, non di cambiare la nostra natura ma di osservarla e cogliere tutto ciò che può esserci utile per farci sentire soddisfatti.
Infatti bisogna decidere e cercare il lato di noi stessi che ci interessa di più e che vogliamo sviluppare, e smettere di seguire quello che dicono gli altri e fidarci di più di noi stessi, perché il nostro scopo è proprio centrato sulla nostra identità e su quello che vogliamo e non su quello che gli altri dicono che va bene.
La sfiducia arriva anche perché ci confrontiamo con ideali esterni, lontani e irraggiungibili e la fiducia deve essere su noi stessi e su quello che le nostre capacità ci permettono di raggiungere e dirci:”si è vero non sono perfetto” ma il mio terreno è fertile e posso seminarci quello che desidero imparando ad ascoltarmi.
Per approfondire questo argomento, leggi il mio articolo su “Qualità di vita”

Lezioni di autostima
Alcuni consigli da seguire per migliorare la nostra autostima.
- Acquisire sicurezza in sé stessi è la base dell’aiuto che può dare una psicoterapia.
- Attraverso la conoscenza di sé impariamo anche l’empatia e la visione dell’altro.
- Essere consapevoli di quello che ci sta accadendo allargando la coscienza e contemplando il mondo e rigenerando sé stessi.
- Cercare la libertà nei confronti di noi stessi e da tutte le cose in cui crediamo sono lezioni di autostima.
- Avere fiducia nel proprio talento che ci darà la possibilità di agire adeguatamente nelle situazioni importanti della vita.
- Dobbiamo essere creativi perché ognuno di noi lo è con la sua diversa creatività, con un suo talento specifico per acquisire sicurezza.

Perché il carico mentale della salute degli uomini grava spesso sulle compagne?
Doctolib, azienda europea che offre servizi digitali per la prenotazione di visite mediche e la gestione del rapporto tra pazienti e professionisti sanitari, segnala che il 79% delle prenotazioni online di visite mediche è effettuato da donne.
Insomma quando si parla di salute la figura che se ne fa carico è ancora prevalentemente femminile e se le donne sono le principali coordinatrici della cura degli altri, è facile che tra questi “altri” ci siano anche i partner.
Ecco uomini che trascurano i controlli, che li rimandano, e che si affidano alla compagna per ricordare scadenze, prenotare visite, interpretare sintomi, perfino decidere quando è arrivato il momento di farsi vedere da un medico e il risultato è che la donna diventa l’accompagnatrice e la mediatrice tra il partner e la sua stessa salute.
E’ un’abitudine sociale consolidata: l’idea che la donna debba vigilare, prevedere, ricordare, che debba occuparsi totalmente lei della prevenzione dei figli, dei controlli dei genitori anziani e già che c’è pure della salute del partner.
Le ragioni di questo squilibrio sono naturalmente socioculturali: per decenni, se non per secoli, alle donne è stato attribuito il ruolo di custodi del benessere familiare. Non solo madri dei loro figli ma in qualche modo anche madri dei loro partner.
Anche quando queste donne lavorano fuori casa il partner continua a coltivare l’aspettativa che sia la partner a “tenere insieme tutto” mentre lui, al contrario, è stato educato – dalla sua vera madre – a considerare la cura di sé come qualcosa che può demandare.
Così il rapporto maschile con la salute finisce per essere delegato, direttamente o indirettamente, alla partner perché un’intera costruzione sociale continua a presentarlo come normale. È ovvio che molte donne di qualsiasi età, oggi, svolgano questo ruolo con affetto e senso di responsabilità.
Nel 2026 in una relazione adulta, la salute non può essere ancora tra i compiti affidati alla partner perché prenotare una visita, seguire un controllo, ricordarsi un esame, costruire un rapporto serio con la prevenzione e tutto il resto dovrebbe far parte dell’autonomia di ciascuno.
Se così non è, e non lo è, allora va sottolineato che il prezzo dell’immaturità (anche sanitaria) maschile lo stanno pagando, ancora una volta, le donne con il loro tempo e la loro energia e gli uomini devono maturare per crescere e aumentare la loro autostima.
Le serate tra uomini fanno bene alla salute
Uno studio dell’Università di Oxford suggerisce che gli uomini beneficiano di incontri con amici almeno due volte a settimana per migliorare salute fisica e mentale, riducendo ansia e rafforzando il sistema immunitario
Inoltre, un sondaggio indica che il 74% degli uomini trova le uscite con amici più rilassanti e spontanee rispetto a quelle con le partner.
Ecco i punti chiave degli studi:
- Benefici per la salute: Vedere gli amici (almeno due volte a settimana) migliora la salute fisica e mentale, grazie a maggiori livelli di endorfine e una ripresa più rapida dalle malattie.
- Contatto diretto: I benefici arrivano dalle interazioni di persona, non digitali, come fare sport o bere qualcosa insieme.
- Minore pressione: Il 74% degli uomini intervistati preferisce la compagnia degli amici perché si sente meno sotto pressione e più a proprio agio nell’essere se stesso
I maschi stanno rimanendo indietro, anche da adulti?
I giovani uomini sono indietro rispetto alle giovani donne in diversi ambiti: dall’istruzione, all’emotività, all’inserimento lavorativo.
Un recente articolo del New York Times scrive che stiamo assistendo a un’inversione storica delle disuguaglianze di genere, dove il maschile rischia oggi di diventare sinonimo di marginalizzazione, ma se invece fosse sempre stato così ma era meglio non farlo notare?
I numeri che il NYT tira fuori sono impressionanti. Negli Stati Uniti, le donne costituiscono il 60 per cento dell’utenza universitaria, le ragazze ottengono voti più alti a tutti i livelli dell’istruzione e sono meno inclini all’abbandono scolastico. Sul fronte comportamentale, sono anche meno coinvolte in comportamenti a rischio, come abuso di sostanze o criminalità minorile.
Questa distanza si riflette poi nell’età adulta, dove i giovani uomini mostrano tassi più alti di disoccupazione, isolamento sociale e problemi di salute mentale. Il rischio è, da un lato, ignorare il problema per timore di favorire linguaggi maschilisti. Dall’altro, colpevolizzare i progressi femminili invocando un ritorno a ruoli tradizionali.
Quindi, cosa sta succedendo ai maschi? Una parte della risposta sta nel cambiamento del mercato del lavoro e dei modelli educativi, che oggi premiano competenze comunicative, autocontrollo, empatia: abilità che, culturalmente, sono state considerate femminili e quindi ignorate dai maschi.
Molti ragazzi crescono senza punti di riferimento solidi, spesso privi di modelli maschili positivi, bombardati da messaggi contrastanti su cosa significhi essere uomini in una società in rapido mutamento. E nel vuoto lasciato da famiglie, scuole e comunità,proliferano influencer reazionari e messaggi tossici: l’educazione invece può e deve essere il punto di partenza.
Mentre le statistiche sull’istruzione, sulla salute mentale e sull’integrazione sociale segnalavano che i giovani uomini erano in difficoltà, una parte consistente del dibattito pubblico ha evitato di parlarne e di chiedersi perché.
Perché la cultura sessista, la stessa che storicamente ha danneggiato le donne, ha reso ciechi anche davanti al disagio maschile?
L’articolo del New York Times sul tema, (“Non è solo una sensazione: i dati mostrano che i giovani uomini sono in ritardo”, maggio 2025) conferma il trend e pure l’evidenza: i ragazzi sono in ritardo in molti ambiti chiave, il che è paradossale, visto che letteralmente il mondo è costruito su misura per loro. Le ragazze superano i coetanei maschi a scuola, le donne li superano ovunque possono: occupazione, salute, salute mentale, socialità, autocontrollo, leadership.
Forse non siamo davanti a un’inversione, ma davanti alla prima vera occasione in cui possiamo dirlo. Forse la fragilità maschile è sempre stata una mitizzazione costruita a forza di manipolazioni, divieti e norme sociali.
Forse non è il maschile che oggi si sta rompendo e sta rimanendo indietro ma è il silenzio sulle difficoltà del maschile che finalmente si incrina, messo in luce da un mondo che non vuole più proteggere i maschi solo perché tali perché non esistono super eroi, esistono solo persone.
Uomini: non esiste chi non sa fare, esiste chi non vuole fare.
Non è incapacità ma convenienza.
L’inettitudine maschile è spesso una tattica silenziosa che mette in difficoltà la relazione.
Non sono reali difficoltà ma parliamo di uomini adulti che non sanno come si fa la lavatrice, di compagni che si dimenticano di fare la spesa, di padri che non sono capaci di preparare uno zaino per la scuola, uomini che “non vogliono fare”.
Persone perfettamente in grado di usare un conto corrente, installare una smart TV, memorizzare le regole del fantacalcio, ma magicamente incapaci quando si tratta di cura. Non è un deficit cognitivo ma incompetenza usata come strumento di potere.
Una relazione non finisce quando qualcuno non sa fare le cose, finisce quando qualcuno sceglie di non saperle fare. La weaponized incompetence non rompe le relazioni all’improvviso come un’eruzione vulcanica ma le svuota lentamente fino a trasformarle in un rapporto di gestione, di genitorialità, non di cura reciproca.
Ed ecco che non bisogna meravigliarsi se le donne dicono che non hanno più desiderio, stima o interessi erotici se sono costrette a funzionare come l’unico adulto responsabile.
E’ un modus vivendi familiare dove l’uomo ottiene il massimo beneficio con il minimo sforzo dove lui è un ospite speciale in casa senza sentirsi mortificato o compatito perché è una strategia e, quel che è peggio, socialmente accettata, dove il carico mentale ed emotivo finisce sempre sulle spalle della donna e nessuno chiama violenza il fatto che qualcuno si rifiuti sistematicamente di imparare e di crescere.
È lei che sain quale cassetto sono i di lui calzini o che gli ricorda degli appuntamenti, è lei che nota che è finito il caffè o il latte e bisognerebbe comprarlo mentre l’altro si ritira dietro una maschera di bonaria incapacità rimanendo impunito e leggermente compatito, ma per questo amato ancora di più (“è un bambinone”, detto col sorriso alle amiche).
Care donne non è un vostro altrofiglio! A lui fa comodo così! E infatti, qualsiasi relazione dovrebbe finire perché la weaponized incompetence distrugge i principi fondamentali su cui si regge qualsiasi legame sano: quella tra due soggetti adulti.
Quando uno dei due smette di assumersi responsabilità, l’altro smette inevitabilmente di vederlo come un pari. E senza parità non c’è relazione, c’è dipendenza reciproca: uno ha la cuoca, stiratrice professionista, governante e segretaria, l’altra ha l’illusione di essere fondamentale, che non verrà mai lasciata o tradita perché “senza di me non saprebbe cucinare un piatto di pasta”. Ma, care signore, esistono le app di delivery o le suocere che non vedono l’ora di riavere il “loro bambino!”
Se una persona dice di non sapere badare a sé stessa ai livelli basilari, è perché c’è qualcun altro che lo fa al posto suo.
La situazione paradossale è che questo tipo di legame può andare avanti per anni come infatti rapporti così sono andati avanti per secoli. Ci si costruisce sopra una casa, una famiglia, abitudini e narrazioni molto convincenti. Ma non è necessariamente amore: solo uno dei due investe e l’altro si limita a godersi servizi e strutture.
Eppure, questa dinamica viene spesso scambiata per affetto. La donna che si occupa di tutto è vista come perfetta e instancabile. L’uomo che non si ricorda mai niente e non sa fare niente è tenero, un po’ goffo, che però ama a modo suo. Eccola, la weaponized incompetence che rovina le relazioni.
Proviamo a lasciare che le cose crollino ogni tanto e vediamo chi si alza per raccogliere i pezzi frantumati.
Terapia di coppia e autostima
Spesso le coppie si comportano come se recitassero dei ruoli perdendo di vista la propria identità, per cui, nella terapia di coppia l’autostima diventa importante.
Quando la coppia cerca di comportarsi secondo uno schema e non secondo una libertà di esprimersi liberamente, prima o poi esplode.
Autostima: caso clinico di coppia
Vi racconto di una coppia che è venuta nel mio studio per capire meglio.
Mario è un giovane ingegnere che ha fatto l’università a Milano e che dovrebbe partire per l’Australia dove ha trovato un ottimo posto.
La sua fidanzata Laura, lavora in un ristorante come cameriera e proviene da un piccolo paese sul lago di Como dove la sua famiglia ha una panetteria e tutti si conoscono.
Stanno molto bene insieme e stanno progettando di andare a convivere.
Quando Mario le annuncia il nuovo lavoro australiano le propone anche di andare con lui.
Laura ha una reazione di grande stupore e vuole pensarci su per un po’.
Quando le insistenze di Mario si fanno più pressanti, Laura dice che non se la sente perché: ”Chissà cosa diranno in paese e come la prenderanno i miei genitori”.
Questo porta a una crisi di coppia perché Mario sente di non essere importante per Laura come pensava.
Dopo aver insistito e provato a far capire a Laura che non aveva senso che lei se la sentisse di convivere a Milano perché nessuno in paese lo avrebbe saputo, ma non a partire con lui, Mario se ne è andato da solo.
Tutto questo ci fa capire come la bassa autostima di Laura verso sé stessa, l’abbia portata a pensare che il giudizio degli altri su di lei sarebbe stato negativo e più importante di quello che lei provava per Mario.
Umberto Galimberti scrive: ”Conosci te stesso” è il messaggio che l’oracolo di Delfi affidava a chi saliva sul Monte Parnaso per interrogare Pizia.
Platone l’ha ripreso come base per l’educazione dei giovani e dice che per farlo “basta un po’ di attenzione rivolta a sé stessi per scoprire quali sono la propria attitudine, la propria inclinazione, il proprio Daimon.
Bibliografia
Raffaele Morelli, Autostima, Istituto Riza, Milano, 1997
Raffaele Morelli, Conoscersi, Edizioni Riza S.p.a., Milano, 2006
Ursula Markham, Autostima, Gruppo Editoriale Armenia, Milano, 1996
Oliver Hauck, Corso rapido di Autostima per vivere meglio, Vallardi, Milano, 2014
Gerry Grassi, Autostima fai da te, Rizzoli, Milano, 2019
Umberto Galimberti, Gli equivoci dell’anima, Feltrinelli, Milano, 2007
Umberto Galimberti, D supplemento di la Repubblica, Milano, 11 Gennaio 2020
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