Claustrofobia-paura-degli-spazi-chiusi

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Cause sintomi e cura della claustrofobia

La claustrofobia è la paura irrazionale degli spazi chiusi e ristretti, è come l’agorafobia, che è la paura degli spazi aperti, ed entrambi sono catalogati, dal DSM5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali), come disturbi d’ansia e fobie.

In questo articolo sulla claustrofobia parleremo di:

La fobia, dice Freud, ha sempre uno stato emotivo di angoscia e paura ed è come un segnale che annuncia una situazione di pericolo esterno, dove la paura diventa esagerata di fronte ad esso.
La persona che si trova in questa condizione claustrofobica, che sembra colpisca il 6% della popolazione mondiale, capisce che la sua paura è del tutto irrazionale ma non riesce a controllarla, per cui cerca sempre di non trovarsi in quella situazione.

Naturalmente questo comporta il formarsi di un’immagine di sé molto insicura, con poca autostima e con la rinuncia a poter fare molte cose che per gli altri sono semplici, come:

  • Prendere un ascensore;
  • Andare in aereo;
  • Superare una galleria;
  • Fare una risonanza magnetica.

La claustrofobia e l’agorafobia sono due estremi perché la persona claustrofobica si sente intrappolata in posizioni troppo strette e quella agorafobica si sente poco protetta, con la sensazione di poca indipendenza e grande frustrazione e che spesso affliggono la stessa persona.


Sintomi di claustrofobia

I principali sintomi della claustrofobia, come altri sintomi fobici, sono:

  • Senso di oppressione;
  • Ansia, senso di soffocamento;
  • Vertigini;
  • Bocca secca;
  • Tachicardia;
  • Disorientamento;
  • Attacchi di panico.

L’ansia che opprime il claustrofobico è per quello che può succedere dentro a determinati spazi, che lo spaventano, come ad esempio, restare senza ossigeno per la presenza di molte persone, oppure alcuni hanno la sensazione che i muri della stanza gli si restringano attorno dando la sensazione di morire soffocati.


Claustrofobia, possibili cause

L’ansia che opprime chi soffre di claustrofobia è spesso riconducibile a cause dovute a esperienze traumatiche, di solito riconducibili alla prima infanzia, che si consolidano nel tempo.
Ci sono alcuni studi che indicano che l’amigdala, situata nel lobo temporale del cervello e che influisce sulla paura, non funzioni bene.

Sappiamo che l’individuo claustrofobico ha una profonda preoccupazione per quello che gli potrebbe succedere nei posti chiusi e sente di più il pericolo della situazione in cui non può muoversi.

La fobia è un meccanismo di difesa perché la persona ha un’ansia molto profonda dentro di sé e per potersene liberare la proietta su una causa esterna.
Si presuppone che la claustrofobia sia più comune in figli di genitori che trasmettono stati d’ansia di fronte a certi avvenimenti che i figli percepiscono come pericoli vicini e incombenti.

Claustrofobia-Amigdala


Claustrofobia e attacchi di panico

Spesso la claustrofobia convive anche con gli attacchi di panico che possono arrivare all’improvviso con intensità variabile e che terminano in pochi minuti, ma lasciano la persona con il timore che possano ricapitare e con sintomi fisici che producono molta paura.

L’attacco di panico è una sintomatologia abbastanza diffusa in cui c’è la percezione totale di perdere il controllo delle proprie azioni e, secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) è un disturbo che colpisce 7% della popolazione mondiale.
Sembra sia un disturbo che in Italia, secondo l’Istituto Superiore della Sanità, tocca circa un milione di persone l’anno, specialmente donne tra i venti e i quaranta anni, soprattutto quelle più sicure e controllate.

Il DSM5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali) li annovera nella categoria dei disturbi d’ansia  ma è la paura che avvia la reazione fisiologica dell’ansia.
Quest’ ansia, a sua volta, quando aumenta, fa percepire alla persona una minaccia che arriva alla sensazione di perdita di controllo.

Proprio per questo l’attacco di panico può essere confuso con un disturbo d’ansia generalizzata, dove manca la sensazione di completa perdita di controllo dell’attacco di panico, ma è più costante.

D’altra parte il panico è la forma più radicale della paura che, se nella normale esistenza, può essere una risorsa che permette all’individuo di allertarsi davanti ai pericoli, quando supera i limiti, diventa patologia.


La claustrofobia e le conseguenze sulla vita sociale

Le conseguenze sulla vita sociale che produce una patologia come la claustrofobia sono estremamente spiacevoli e pesanti.
Pensiamo a quando c’è la necessità di fare una risonanza magnetica per disturbi fisici per cui il medico ordina un esame che per il claustrofobico è difficilissimo.

La claustrofobia diventa invalidante e limita notevolmente la vita delle persone che ne soffrono perché nei casi più gravi i disturbi fobici sono attivati anche solo dal pensiero di situazioni che accendono le paure.

La sola idea di trovarsi in spazi chiusi dove non vede vie di fuga, porta l’individuo ad avere i classici sintomi come:

  • Tachicardia;
  • Senso di soffocamento;
  • Sudorazione;

anche in situazioni normali come trovarsi in fila al supermercato o in un ufficio o una biglietteria del cinema.
Avendo queste paure cercherà di evitare anche situazioni sociali semplici che lo portano ad allontanarsi dalla normale vita sociale e a organizzare delle strategie per non avere angoscia, come:

  • Cercare sempre qualcuno che lo possa accompagnare e che sia di sua fiducia.
  • Rinunciare a viaggi oppure cercare solo quelli più adatti alle sue esigenze;
  • Cercare di fare le spese in negozi poco affollati e in determinati orari;
  • L’angoscia e la frustrazione porta le persone a parlare del loro problema per cercare negli altri delle rassicurazioni;
  • Non guidare l’auto per paura del traffico intenso;
  • Non prendere l’ascensore;
  • Dipendere dalle persone che possono essere utili per l’accompagnamento.

Naturalmente questo tipo di vita porta a far sentire le persone che soffrono di claustrofobia estremamente fragili nei confronti degli altri, con poca autostima e con uno stile di vita molto limitato.

meditazione-training-autogeno-pisocterapeuta-padova


Trattamento della claustrofobia

Il trattamento della claustrofobia dipende dalla gravità del fenomeno che, se è particolarmente invalidante, deve essere gestito da diverse possibilità terapeutiche.
Quando la claustrofobia non è associata ad altri disturbi, c’è la possibilità di risolverla senza ricorrere a farmaci, con una buona psicoterapia.

La psicoterapia consiste nell’avvicinamento progressivo e graduale alla situazione che da problemi e paure, fino a rendersi conto che i timori sono molto più grandi della realtà.
La fobia è un nemico pericoloso per il benessere e per condurre una vita normale, dalla quale bisogna difendersi conoscendolo meglio.

Anche alcune tecniche di rilassamento come il training autogeno, la mindfulness e lo yoga, possono essere utili perché le possiamo applicare in situazioni di stress.
Se la situazione è più grave, lo psichiatra potrà consigliare una terapia farmacologica come benzodiazepine, gli antidepressivi triciclici e gli inibitori selettivi della serotonina (SSRI).

Bibliografia

  • Freud S., Angoscia e vita pulsionale, vol. 11, Boringhieri, Torino, 1979.
  • Galimberti U., Dizionario di psicologia, Utet, Torino, 1992.
  • Fenichel O., Trattato di psicoanalisi, Astrolabio, Roma, 1951.

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