Cause sintomi e cura della claustrofobia
La claustrofobia è la paura irrazionale degli spazi chiusi e ristretti, è come l’agorafobia, che è la paura degli spazi aperti, ed entrambi sono catalogati, dal DSM5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali), come disturbi d’ansia e fobie.
Un breve video introduttivo dove vi parlo della claustrofobia:
In questo articolo tratteremo i temi seguenti:
La fobia, dice Freud, ha sempre uno stato emotivo di angoscia e paura ed è come un segnale che annuncia una situazione di pericolo esterno, dove la paura diventa esagerata di fronte ad esso.
La persona che si trova in questa condizione claustrofobica, che sembra colpisca il 6% della popolazione mondiale, capisce che la sua paura è del tutto irrazionale ma non riesce a controllarla, per cui cerca sempre di non trovarsi in quella situazione.
Naturalmente questo comporta il formarsi di un’immagine di sé molto insicura, con poca autostima e con la rinuncia a poter fare molte cose che per gli altri sono semplici, come:
- Prendere un ascensore;
- Andare in aereo;
- Superare una galleria;
- Fare una risonanza magnetica.
La claustrofobia e l’agorafobia sono due estremi perché la persona claustrofobica si sente intrappolata in posizioni troppo strette e quella agorafobica si sente poco protetta, con la sensazione di poca indipendenza e grande frustrazione e che spesso affliggono la stessa persona.

Claustrofobia, la paura di essere intrappolati in spazi ristretti
Una fobia che affligge dal 5 al 10 per cento della popolazione mondiale
A volte può bastare il semplice pensiero a far scattare l’inquietudine: entrare in una stanza troppo piccola, prendere l’ascensore, attraversare un tunnel, salire su di un velivolo. Ma anche dover indossare una maschera, una maglia troppo stretta, un ampio girocollo. Una paura irrazionale che può arrivare a scatenare il panico.
A identificare per la prima volta in un paziente la paura degli spazi ristretti è stato infatti lo psichiatra italiano Antigono Raggi, nel 1870 e nel 1879 fu chiamata così dal medico francese Benjamin Ball, che si ispirò al termine dal latino claustrum, che significa spazio chiuso.
Nel 1993, gli studiosi canadesi Stanley Rachman e Steven Taylor definirono che la componente principale della claustrofobia era la paura di soffocare, immediatamente seguita da quella di ritrovarsi intrappolati.
Si manifestava soprattutto fra coloro che soffrivano di una risposta accentuata all’ansia e capirono che era spesso scatenata da un’esperienza spaventosa. Come aveva confermato anche il caso analizzato nel 1963 dallo psicologo tedesco Andreas Ploeger, il quale aveva seguito le vicende di dieci uomini rimasti intrappolati per 14 giorni in una miniera crollata a Lengede: nel 1974 rese noto che sei di loro avevano sviluppato una fobia per gli spazi ristretti.
I sintomi principali
Ansia e attacchi di panico sono i principali sintomi scatenati dalla claustrofobia e vi possono essere vari segnali durante un attacco:
1.Reazioni fisiche
Dalla sudorazione o tremore al senso di oppressione al petto, dai brividi alla difficoltà di respirazione o respirazione rapida, fino alle vertigini o giramenti di testa.
2.Paura di perdere il controllo:vivere un senso di perdita di controllo.
3.Stato d’ansia incontrollabile
Un’ansia incontenibile che può talvolta portare alla sensazione di avere un attacco di panico.
4.Bisogno di uscire dalla situazione
Il primo pensiero della persona claustrofobica è voler fuggire dalla situazione che genera questa paura.
5.Paura di morire
Quando ci si trova esposti alla situazione che scatena la claustrofobia, uno dei sintomi distintivi è anche l’imminente sensazione di stare per morire.
Quale terapia?
Per curare la claustrofobia il trattamento più comune è la psicoterapia che consente di imparare a gestire e controllare i pensieri negativi che si presentano nelle situazioni che scatenano la claustrofobia. Anche il Training Autogeno si è rivelato efficace, oltre che per il trattamento dei traumi, anche contro le fobie, i disturbi d’ansia e gli attacchi di panico.
Sintomi di claustrofobia
I principali sintomi della claustrofobia, come altri sintomi fobici, sono:
- Senso di oppressione;
- Ansia, senso di soffocamento;
- Vertigini;
- Bocca secca;
- Tachicardia;
- Disorientamento;
- Attacchi di panico.
L’ansia che opprime il claustrofobico è per quello che può succedere dentro a determinati spazi, che lo spaventano, come ad esempio, restare senza ossigeno per la presenza di molte persone, oppure alcuni hanno la sensazione che i muri della stanza gli si restringano attorno dando la sensazione di morire soffocati.
Claustrofobia, possibili cause
L’ansia che opprime chi soffre di claustrofobia è spesso riconducibile a cause dovute a esperienze traumatiche, di solito riconducibili alla prima infanzia, che si consolidano nel tempo.
Ci sono alcuni studi che indicano che l’amigdala, situata nel lobo temporale del cervello e che influisce sulla paura, non funzioni bene.
Sappiamo che l’individuo claustrofobico ha una profonda preoccupazione per quello che gli potrebbe succedere nei posti chiusi e sente di più il pericolo della situazione in cui non può muoversi.
La fobia è un meccanismo di difesa perché la persona ha un’ansia molto profonda dentro di sé e per potersene liberare la proietta su una causa esterna.
Si presuppone che la claustrofobia sia più comune in figli di genitori che trasmettono stati d’ansia di fronte a certi avvenimenti che i figli percepiscono come pericoli vicini e incombenti.

Claustrofobia e attacchi di panico
Spesso la claustrofobia convive anche con gli attacchi di panico che possono arrivare all’improvviso con intensità variabile e che terminano in pochi minuti, ma lasciano la persona con il timore che possano ricapitare e con sintomi fisici che producono molta paura.
L’attacco di panico è una sintomatologia abbastanza diffusa in cui c’è la percezione totale di perdere il controllo delle proprie azioni e, secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) è un disturbo che colpisce 7% della popolazione mondiale.
Sembra sia un disturbo che in Italia, secondo l’Istituto Superiore della Sanità, tocca circa un milione di persone l’anno, specialmente donne tra i venti e i quaranta anni, soprattutto quelle più sicure e controllate.
Il DSM5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali) li annovera nella categoria dei disturbi d’ansia ma è la paura che avvia la reazione fisiologica dell’ansia.
Quest’ ansia, a sua volta, quando aumenta, fa percepire alla persona una minaccia che arriva alla sensazione di perdita di controllo.
Proprio per questo l’attacco di panico può essere confuso con un disturbo d’ansia generalizzata, dove manca la sensazione di completa perdita di controllo dell’attacco di panico, ma è più costante.
D’altra parte il panico è la forma più radicale della paura che, se nella normale esistenza, può essere una risorsa che permette all’individuo di allertarsi davanti ai pericoli, quando supera i limiti, diventa patologia.
La claustrofobia e le conseguenze sulla vita sociale
Le conseguenze sulla vita sociale che produce una patologia come la claustrofobia sono estremamente spiacevoli e pesanti.
Pensiamo a quando c’è la necessità di fare una risonanza magnetica per disturbi fisici per cui il medico ordina un esame che per il claustrofobico è difficilissimo.
La claustrofobia diventa invalidante e limita notevolmente la vita delle persone che ne soffrono perché nei casi più gravi i disturbi fobici sono attivati anche solo dal pensiero di situazioni che accendono le paure.
La sola idea di trovarsi in spazi chiusi dove non vede vie di fuga, porta l’individuo ad avere i classici sintomi come:
- Tachicardia;
- Senso di soffocamento;
- Sudorazione;
anche in situazioni normali come trovarsi in fila al supermercato o in un ufficio o una biglietteria del cinema.
Avendo queste paure cercherà di evitare anche situazioni sociali semplici che lo portano ad allontanarsi dalla normale vita sociale e a organizzare delle strategie per non avere angoscia, come:
- Cercare sempre qualcuno che lo possa
accompagnare e che sia di sua fiducia. - Rinunciare a viaggi oppure cercare solo quelli
più adatti alle sue esigenze; - Cercare di fare le spese in negozi poco
affollati e in determinati orari; - L’angoscia e la frustrazione porta le persone a
parlare del loro problema per cercare negli altri delle rassicurazioni; - Non guidare l’auto per paura del traffico
intenso; - Non prendere l’ascensore;
- Dipendere dalle persone che possono essere utili
per l’accompagnamento.
Naturalmente questo tipo di vita porta a far sentire le persone che soffrono di claustrofobia estremamente fragili nei confronti degli altri, con poca autostima e con uno stile di vita molto limitato.

Trattamento della claustrofobia
Il trattamento della claustrofobia dipende dalla gravità del fenomeno che, se è particolarmente invalidante, deve essere gestito da diverse possibilità terapeutiche.
Quando la claustrofobia non è associata ad altri disturbi, c’è la possibilità di risolverla senza ricorrere a farmaci, con una buona psicoterapia.
La psicoterapia consiste nell’avvicinamento progressivo e graduale alla situazione che da problemi e paure, fino a rendersi conto che i timori sono molto più grandi della realtà.
La fobia è un nemico pericoloso per il benessere e per condurre una vita normale, dalla quale bisogna difendersi conoscendolo meglio.
Anche alcune tecniche di rilassamento come il training autogeno, la mindfulness e lo yoga, possono essere utili perché le possiamo applicare in situazioni di stress.
Se la situazione è più grave, lo psichiatra potrà consigliare una terapia farmacologica come benzodiazepine, gli antidepressivi triciclici e gli inibitori selettivi della serotonina (SSRI).
Bibliografia
- Freud S., Angoscia e vita pulsionale, vol. 11, Boringhieri, Torino, 1979.
- Galimberti U., Dizionario di psicologia, Utet, Torino, 1992.
- Fenichel O., Trattato di psicoanalisi, Astrolabio, Roma, 1951.
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