Sindrome-di-Hikikomori


Hikikomori ed isolamento sociale

Hikikomori è un termine giapponese che significa “isolarsi, stare in disparte”.

Quando si parla di sindrome di Hikikomori si fa riferimento alle caratteristiche di una condizione psicosociale iniziata tra i giovani giapponesi e che colpisce anche tanti adolescenti italiani.
Nella sindrome di Hikikomori, giovani con meno di 30 anni si chiudono tutto il giorno nelle loro stanze, mettendo in atto un vero e proprio ritiro sociale.

Per introdurre l’argomento ecco un mio brevissimo video sulla sindrome di Hikikomori


Argomenti trattati:


Che cos’è l’Hikikomori

Il fenomeno Hikikomori è nato ed esploso in Giappone negli anni ’80 e il termine è stato utilizzato da Saito Tamaki:

uno psicologo e scrittore giapponese. Laureatosi in medicina all’Università di Tsukuba, è specializzato in psichiatria adolescenziale. È il direttore clinico del Sofukai Sasaki Hospital, una clinica privata di Chiba, non lontano da Tokyo; è considerato il massimo esperto mondiale nello studio del fenomeno hikikomori, termine da lui stesso coniato.

Wikipedia

In particolare, buona parte (70%) degli psichiatri giapponesi ritengono che i casi di Hikikomori non possano essere diagnosticati con l’uso del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali (DSM-5).

Poiché i genitori di questi ragazzi si vergognavano quando i loro figli sparivano dalla scena sociale, rinchiusi nelle loro camere e non ne parlavano con nessuno, nemmeno con i medici, soltanto nel 2003 il Ministero della Salute giapponese pubblicò uno studio su tale sindrome e le cose cominciarono a cambiare con notevole ritardo.

Conseguentemente, il fenomeno della sindrome di Hikikomori, venne conosciuto e si cominciò a parlarne attraverso le televisioni e i giornali e, quindi, la ricerca scientifica cominciò ad occuparsene seriamente.
Se da un lato, se ne parlò di più, dall’altro le informazioni non erano perfettamente esatte, scambiando la sindrome di Hikikomori per altre patologie e di conseguenza, creando confusione.

Nel 2003, il Giappone pubblicò uno studio dove, finalmente, c’era il riconoscimento del fenomeno dei ragazzi con la sindrome di Hikikomori.


Per quanto riguarda i criteri che sono alla base del fenomeno, ci sono:

  • Uno stile di vita dei giovani tra i quindici e i venticinque anni, che vivono solo a casa chiusi nelle loro camere, senza più uscire e senza partecipazione o interesse per la scuola o il lavoro
  • Almeno sei mesi di persistenza.


Solamente nel 2010 i primi dati ufficiali dal governo del Giappone stimarono 696 mila casi di Hikikomori che erano ragazzi che avevano una media di trenta anni ed erano per il 66,1% maschi.

I ragazzi di oggi sono nati digitali, sanno usare con padronanza smartphone, tablet e computer, vivono nell’era di internet come unica fonte di comunicazione e informazione, ma in tutta questo manca una cosa: l’esperienza.

Il problema più grave infatti è che questi ragazzi sanno cavarsela egregiamente sul piano tecnologico, ma non su quello comunicativo e, diciamo, difensivo.
Le fake news, gli adescatori in rete, i titoli acchiappa click, i ragazzi non sanno filtrare ciò che può essere fortemente negativo se non addirittura falso e pericoloso.

A Maggio 2019 si è svolto a Rimini il convegno “#supereroi fragili, adolescenti oggi tra disagi e opportunità”, dove viene analizzato questo problema che spesso sfocia nella sindrome di Hikikomori, quando i ragazzi vedono il mondo attraverso un monitor.

Per proteggere questi adolescenti digitali bisogna che la società, intesa come famiglia, amici, scuola, parrocchie, ecc. faccia quadrato e aiuti i ragazzi ad aprirsi al dialogo, li aiuti a districarsi nel difficile mondo dei media, a costruirsi una solida difesa verso questo pericolo, la sindrome di hikikomori.


La sindrome di Hikikomori è una malattia? NO!

Sapete che ad oggi la sindrome di Hikikomori non è riconosciuta come psicopatologia dalla comunità scientifica? E tanto meno in Giappone dove è nata?
Nel 2003 infatti, in Giappone, il ministero della salute ha dichiarato che la sindrome di hikikomori non è una patologia psicologica.

Se però non può essere considerata una patologia, non ancora almeno, è vero che l’Hikikomori può però portare a sviluppare problemi o disturbi psicologici, come paranoie o altro.

Vorrei ricordare inoltre che l’Hikikomori non è da confondersi con depressione o schizofrenia, in quanto sia i sintomi che le cause sono profondamente diversi, l’Hikikomori ha una origine che prescinde da queste patologie.


Sindrome di Hikikomori in Italia

Per quanto riguarda l’Italia, dal 2017 c’è stata più attenzione dei media su questo fenomeno per il lavoro fatto dall’Associazione Hikikomori Italia e dal suo fondatore Marco Crepaldi, psicologo sociale.

In modo analogo al Giappone, i ragazzi Hikikomori italiani, hanno un’età compresa tra i quattordici e i venticinque anni che a un certo punto della loro vita, in particolare nel passaggio adolescenziale, decidono di vivere chiusi nelle loro camere da letto.
Per quanto riguarda questi ragazzi, d’altra parte, fanno autonomamente, una scelta consapevole dovuta alle troppe pressioni, aspettative e competitività che trovano intorno a loro.

Il termine Hikikomori è fatto dalle parole “hiku” che significa “tirare” e komoru “ritirarsi” che spiega, d’altra parte, il loro modo di isolarsi e di “stare in disparte”, in un vero e proprio ritiro sociale.

Inoltre, essendo molto intelligenti e sensibili, sono anche più maturi e sentendosi diversi si vergognano ritirandosi da ogni tipo di relazione.


Hikikomori a Le Iene

A inizio 2019 è addirittura uscito un servizio a LE IENE su italia 1 sul fenomeno della sindrome di Hikikomori.
In pratica era stata scoperta, grazie ai servizi sociali, un intera famiglia pugliese dipendente da internet e che quindi non usciva mai di casa.
L’unica ad uscire era la bimba di 9 anni che andava a scuola e procurava loro merendine e caramelle, il loro unico sostentamento.
Quello che hanno trovato i servizi sociali in questa famiglia di Hikikomori è stato abbastanza pessimo dal punto di vista dell’igiene.

Il servizio a LE IENE proseguiva poi in giappone, in un centro riabilitativo per Hikikomori, dove viene intervistato un ragazzo che ha passato 17 anni chiuso in casa e nella sua stanzetta, tra internet e videogiochi, rinunciando addirittura alla scuola, rinunciando a vivere.

Ecco a cosa rinunciano i ragazzi che soffrono di sindrome di Hikikomori, rinunciano alla vita.


Come riconoscere la sindrome di Hikikomori

Il profilo dell’Hikikomori è quello di un ragazzo adolescente o di un giovane adulto (le femmine sono il 30%), che spesso è figlio unico e, a volte, di famiglie con genitori separati.
Sono ragazzi introversi e molto intelligenti e sensibili che, per quanto riguarda la società, sono molto critici, negativamente critici.

Considerando questo, gli Hikikomori sentono molto la competizione e le pressioni che vengono fatte a tutti i livelli, con riferimento anche ai social media, a facebook, agli amici e ai genitori.
Conseguentemente il giovane si vergogna di non essere come i suoi coetanei, per cui l’Hikikomori  rifiuta la vita sociale che ha davanti e le sue regole, isolandosi.

Crepaldi parla di tre stadi del processo per cui un ragazzo scivola nella sindrome di Hikikomori:

  • Nel primo stadio il giovane, ogni tanto, non vuole andare a scuola, c’è un’inversione del ritmo sonno-veglia e preferisce le relazioni virtuali;
  • Nel secondo stadio l’Hikikomori abbandona completamente tutte le relazioni sociali e i contatti di ogni tipo;
  • Nell’ultima fase l’isolamento diventa totale non solo nella realtà della sua vita, ma anche nella realtà virtuale.

Ricapitolando questi stadi, possiamo dire che la sindrome di Hikikomori è:

 “una pulsione all’isolamento fisico, continuativa nel tempo, che si innesca come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale, tipiche delle società capitalistiche economicamente sviluppate”

Marco Crepaldi

Di conseguenza, però, non possiamo dire che tutti coloro che si isolano sono Hikikomori, perché sono le motivazioni per cui lo fa, che è una scelta dolorosa e istintiva, la discriminante che gli fa preferire la camera da letto alla scuola o al lavoro.

Questo suo ritiro sociale è la conseguenza di una fuga dalle pressioni sociali, che lo costringono a risultati per lui insostenibili portandolo, anche, a una grande sfiducia nelle relazioni e nella società che considera negativa.

D’altra parte questo isolamento non avviene in poco tempo ma può richiedere, anche, diversi anni e i ragazzi Hikikomori non hanno un vero e proprio isolamento sociale perché, attraverso la rete, sono sempre in contatto con il mondo.


Cosa non è Hikikomori

La sindrome di Hikikomori non è un vero e proprio isolamento sociale o una vera fobia sociale ma una critica molto cinica e negativa che i “ragazzi solitari” attuano verso le relazioni sociali.

Anche se una patologia, come la schizofrenia, porta a disturbi come allucinazioni o deliri con incapacità comunicativa, la sindrome Hikikomori non presenta tali patologie, per la semplice ragione che sono ragazzi perfettamente lucidi e che fanno ragionamenti complessi, dove è proprio la loro sensibilità introspettiva che li porta a una elaborazione della realtà più profonda rispetto alla media.

Per lo stesso motivo non confondiamo gli Hikikomori con i disturbi dello spettro autistico che presentano difficoltà relazionali e comunicative fin dall’infanzia e si riscontrano in tutti gli autistici.

Intendo che, i problemi dei ragazzi d’oggi, gli Hikikomori, li troviamo nell’adolescenza dove l’isolamento psicologico, rivolto al sociale, è dovuto alla paura di essere giudicati e alla perdita di motivazioni nei confronti degli obiettivi che la società gli presenta.

E’ probabile che molti ragazzi Hikikomori abbiano sintomi depressivi favoriti dall’isolamento, ma ci sono anche altri, in isolamento sociale volontario, che non hanno questa sintomatologia e non è possibile fare una diagnosi di depressione clinica.


Hikikomori, come comportarsi

Interagire con un Hikikomori e come comportarsi è un compito delicato per qualsiasi persona come un genitore, un insegnante, un amico e anche uno psicologo.
Dobbiamo renderci conto che queste persone, con un ritiro sociale così forte, non sono propense a relazionarsi e non sono convinti di averne bisogno, perché sono sfiduciati, negativi e disillusi.

In ogni modo, per non essere respinti e per aiutarli, dobbiamo agire trasversalmente senza forzarli e, specialmente, senza giudicarli.

I genitori entrano in uno stato di ansia, paure e confusioni e pensano di averle provate tutte e non hanno ottenuto niente e, di conseguenza, si sentono impotenti e frustrati.
E’ importante che sentano di non essere soli e che la sindrome Hikikomori è un problema di tanti altri e che non devono avere sensi di colpa.

Naturalmente, non è facile cercare di aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato, visto che sono proprio loro che negano categoricamente di avere bisogno di aiuto.

A causa di ciò, riuscire ad aiutare un Hikikomori è una sfida perché non ci sono sicurezze di successo ma, secondo le esperienze dei genitori dell’associazione “Hikikomori Italia”, ci possono essere approcci mentali per riuscire  a promuovere, con molta pazienza, il cambiamento per questi ragazzi.

Con questo obiettivo, però, dobbiamo anche renderci conto che non ci sono delle regole per il cambiamento desiderato, che siano uguali per tutti. Bisogna supportare l’Hikikomori perché trovi la sua strada personale che deve andare bene per lui e non per quello che riteniamo noi.

Conseguentemente bisogna farlo sentire, il più possibile, non pressato o in colpa per quello che è e bisogna sforzarsi di condurre, in famiglia, una vita normale dove la parola più importante è: ”pazienza”.
Anche l’eventuale intervento di uno psicoterapeuta deve essere fatto gradualmente e guadagnando con il tempo la fiducia del ragazzo.

Con questa intenzione ci devono essere una serie di comportamenti che possono provocare nell’Hikikomori delle risposte positive come:

  • Riconoscere la sofferenza dell’Hikikomori senza banalizzarlo o sminuirlo;
  • Cercare di allentare la pressione di realizzazione sociale, che viene esercitata su di lui, quando si cerca di convincerlo a fare quello che non vuole fare, chiudendosi in camera;
  • Da un lato dobbiamo concedergli gli spazi e l’intimità che desidera, ma, dall’altra non bisogna avere un atteggiamento di continua protezione e assistenza;
  • Non sono assolutamente positive le azioni di forzatura, come privare l’Hikikomori di internet, perché così facendo, lo si isola di più e creiamo un conflitto difficile da sanare;
  • Bisogna cercare di coinvolgerlo nelle piccole attività domestiche che gli serviranno per staccarsi un po’ dall’isolamento.

Scrive Marco Crepaldi: ”Ogni Hikikomori ha le sue peculiarità che lo rendono unico e non inquadrabile all’interno di un pacchetto preconfezionato di azioni. Per questo motivo, è sempre consigliabile evitare l’autogestione e rivolgersi a un professionista che possa monitorare da vicino la situazione e guidare verso un corretto approccio al problema.”

Per concludere potresti ascoltare questa mia intervista a Radio Cusano sull’Hikikomori:


Bibliografia

  • Crepaldi M., Hikikomori. I giovani che non escono di casa, Alpes, Roma 2019
  • Aguglia E. et altri, Il fenomeno dell’Hikikomori: cultural bound o quadro psicopatologico emergente?, Giornale Italiano di psicopatologia, 2010.
  • Ricci C., Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione, Franco Angeli, Milano, 2008
  • Saitò T., Adolescence without End, Minnesota University Press, USA, 2013
  • Zielenziger M. Non voglio più vivere alla luce del sole. Il disgusto per il mondo esterno di una nuova generazione perduta, Elliot Edizioni, Roma, 2008

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Dott.ssa Serenella Salomoni Psicologa Padova, psicoterapeuta Padova, sessuologa e terapia di coppia a Padova.