L’importanza dei rapporti sociali
Le relazioni umane avvengono attraverso un processo di apprendimento che continua tutta la vita, ma che nell’infanzia è importantissimo per lo sviluppo sociale del bambino e per far si che si formino le relazioni sociali.
La socializzazione fa parte della vita dell’uomo e della sua capacità relazionale fatta di comunicazione interpersonale e sociale, che significa riuscire a far capire agli altri il proprio pensiero, così come comprendere l’autentico pensiero che gli altri ci trasmettono.
In questo articolo tratteremo i temi seguenti:
Prima di leggere l’articolo vi consiglio di guardare questo mio brevissimo video dove vi parlo delle Relazioni sociali:
Tutta la vita umana è basata sulle relazioni che sono centrali per capire l’altro e che si possono manifestare come problemi di relazione verso amici, partner, colleghi, genitori e la cui soluzione dipende dalla capacità di relazione delle persone.
Vuoi capire l’altro? Devi parlare, comunicare, creare rapporti interpersonali; socializzare diventa fondamentale per la qualità della nostra vita, per risolvere conflitti in maniera che non scadano in inasprimenti inconciliabili.
Spesso nelle terapie di coppia ricostruiamo proprio il processo di socializzazione e la psicologia delle relazioni di coppia, agendo attraverso un’analisi della capacità relazionale che hanno i partner sia a livello singolo che di coppia o sociale.
Per approfondire questo tema leggi il mio articolo su “Terapia di Coppia”
Cosa sono le relazioni sociali
Perché sono importanti le relazioni sociali?
Le relazioni sociali sono i rapporti che si creano tra gli individui coinvolgendo sia noi che gli altri in qualsiasi ambito della vita; da quello familiare, ai rapporti di amicizia, a quelli professionali fino alle relazioni d’amore, e questi legami possono basarsi su simpatia, amore o amicizia ma anche su impegni professionali di lavoro.
Naturalmente la prima relazione interpersonale è quella tra genitori e figli e tra fratelli ed è in questo ambito familiare che si sperimentano regole, strategie e il rispetto ogni volta che interagiamo con ognuno, insegnandoci in quale maniera possiamo vivere in armonia rispettando l’altro e mediando per la serenità familiare.

Per approfondire questo tema leggi il mio articolo su “Come dare autostima ai figli”
Subito dopo arrivano gli amici fatti a scuola e le relazioni d’amore con i primi batticuore e le prime sofferenze, oltre le gioie degli amori adolescenziali così coinvolgenti da ricordarli per tutta la vita.
Ecco l’importanza della buona comunicazione da apprendere e da portare avanti tutta la vita, imparando sempre qualcosa di più, sperimentando i conflitti e la loro soluzione anche quando sembrano insormontabili, e, se ne sentiamo il bisogno per coltivare legami di qualità, può essere utile una psicoterapia che può sciogliere nodi conflittuali profondi.
Per approfondire questo tema leggi il mio articolo su “Cos’è la Psicoterapia: Psicoanalisi e altre terapie”
Psicologia delle relazioni interpersonali
Aristotele in “Politica, uomo animale sociale” scriveva che “L’uomo è per natura un essere sociale ed è l’unico degli esseri viventi a possedere la parola, ad avere la percezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto”.
Le relazioni interpersonali che abbiamo avuto nella vita ci hanno “costruito” e ogni momento della nostra esistenza è legato alle relazioni in cui siamo inseriti tutti i giorni, e sono loro che ci formano e ci plasmano e ci fanno crescere.

Indubbiamente è proprio per questo che dobbiamo porre attenzione a chi frequentiamo e all’influenza che ha su di noi, ma anche al fatto che ci comunicano esperienze e conoscenze per vivere meglio e le reazioni emotive che ne conseguono influenzano e determinano questi rapporti.
Psicoterapia
Un esempio di relazione è anche il percorso di una psicoterapia dove, nella relazione tra paziente e terapeuta è importante che si instauri un rapporto positivo di fiducia per attuare il cambiamento attraverso una “alleanza terapeutica” fatta di ascolto, sostegno in una vera e propria relazione di aiuto.
Il processo di socializzazione
La socializzazione è un processo che ci fa apprendere norme, atteggiamenti, abitudini che si collegano al nostro ruolo sociale ed è, come affermava Piaget, un processo di apprendimento e adattamento attivo.
Socializzare per l’individuo significa imparare e assorbire le regole del vivere sociale che, però, non resta invariato e uniforme; non è standardizzato e può cambiare secondo epoche o culture diverse e avviene senza consapevolezza.
I sociobiologi pensano che i fattori biologici dell’individuo abbiano sul comportamento umano un’influenza determinante, mentre i sociologi affermano che l’insieme delle predisposizioni genetiche fanno si che l’individuo si comporti in un certo modo.
Da tutto questo scaturisce l’annoso dibattito tra natura e cultura dove le domande sono: i condizionamenti culturali influiscono di più di quelli naturali?

Socializzazione primaria e socializzazione secondaria
La socializzazione si impara fin da bambini, ma come si sviluppa la socializzazione e cosa sono la socializzazione primaria e secondaria.
Nel primo anno di vita il bambino ha con la realtà che lo circonda un rapporto di totale passività e dipendenza dalle figure che lo accudiscono, mentre nel secondo anno ha il controllo delle funzioni motorie e stabilisce rapporti di affetto con i genitori.
Dai tre ai dodici anni si affermano ancora di più i rapporti con i genitori e la socializzazione con gli altri e con anche la scoperta della sua identità di genere.
Nell’adolescenza il distacco dalla famiglia è maggiore e si instaura l’appartenenza al gruppo dei compagni che eserciterà un’influenza sempre più grande, dandogli la possibilità di fare varie esperienze.
La socializzazione primaria denota un processo originario, dovuto a famiglia e amici, con il quale il bambino diventa membro della società attraverso varie fasi di questo processo come:
- La socializzazione primaria ha nella famiglia il suo punto essenziale e sono fondamentali: i genitori, il genere, la disposizione dell’ordine di nascita e se ci sono fratelli e sorelle.
- L’attaccamento affettivo
- Il rapporto che si instaura tra adulto e bambino
- Ogni fase condiziona e influisce in quella successiva
La socializzazione secondaria si riferisce a tutti quei processi successivi di socializzazioni particolari (professionale, religiosa, politica o associativa) che contribuiscono alla formazione della personalità sociale dell’individuo.
Questi processi potrebbero, alle volte, essere superficiali e non richiedere alla persona grandi cambiamenti, come diventare ingegneri, mentre altre volte comportano profondi mutamenti come intraprendere il sacerdozio.
Imparare a conoscere sé stessi e le emozioni che ci arrivano e spesso ci sovrastano, dipende dalla nostra capacità di introspezione perché non sempre si manifestano chiaramente e non le sappiamo riconoscere.
Essere sensibili si, ma ipersensibili?
Non sappiamo bene se essere ipersensibili possa essere un vantaggio o no. Per quello che riguarda noi stessi forse è qualcosa che, sia in avvenimenti positivi che negativi potrebbe farci vivere gli eventi in maniera troppo rilevante e emotiva dove non riusciamo a gestire questo tipo di facilità alle emozioni, sia che succeda per una discussione con amici o partner sia per la visione di film particolari che ci coinvolgono molto.
Ci sono alcune persone che sembra non siano sfiorate da niente: è come se passassero attraverso le fiamme con una tuta di ignifuga, mentre altre soffrono persino quando cambia il tempo come i meteoropatici e uno di loro mi ha scritto:” a volte è così forte il malore che desidero morire….”, così come altri sentono l’arrivo del maltempo e l’umore scende.
Sembra che, dagli studi prodotti, ci sia una persona su tre che ha una sensibilità particolarmente alta, e è una caratteristica dovuta al suo sistema nervoso centrale per cui alcuni individui percepiscono più velocemente gli stimoli che arrivano dall’ambiente in cui si trovano, e usano più energie per assimilarli, e, forse con qualche sconvolgimento in più.
Ci sono anche alcune patologie come ansia, depressione, disturbo ossessivo compulsivo o disturbo post-traumatico da stress, che potrebbero avere un legame con questa particolare sensibilità.
Cerchiamo, però anche di concentrarci sugli aspetti positivi per non deprimerci perché le persone ipersensibili rispondono più velocemente anche agli stimoli positivi e hanno una maggiore empatia che, però, potrebbe portare a essere contagiati dall’umore di chi ci sta intorno.
«I risultati di questo studio (studio della Queen Mary University di Londra apparso nel 2025)suggeriscono che la sensibilità dovrebbe essere maggiormente considerata nella pratica clinica. Considerando che circa il 31% della popolazione generale può essere definito altamente sensibile e che gli individui sensibili sembrano rispondere meglio ad alcuni interventi psicologici rispetto agli individui meno sensibili, la sensibilità può essere rilevante non solo per l’eziologia dei disturbi psicologici, ma anche per la psicoeducazione, il trattamento e la prevenzione delle ricadute».
Intelligenza interpersonale e intrapersonale
Lo psicologo americano Howard Gardner in un suo libro sulle intelligenze multiple del 1983 , parlò di intelligenza intrapersonale e interpersonale, come delle capacità di stabilire relazioni interpersonali e quella di conoscere sé stessi.
L’intelligenza interpersonale è l’abilità di capire l’altro, di intraprendere rapporti sociali, emozioni, sentimenti, motivazioni e bisogni, in modo empatico per interagire in maniera collettiva così da lavorare bene con gli altri.
Infatti, sembra che questo tipo di intelligenza sociale sia una prerogativa di certe professioni come quella del medico, del leader, degli insegnanti, degli psicologi e tutte le persone che operano in ambito sanitario e assistenziale.
Queste forme di relazioni interpersonali permettono di costruire legami permanenti e stabili tra le persone rispettando e percependo la necessità dell’altro in rapporto alla propria, cioè una vera e propria intelligenza sociale
La propensione alla leadership comporta la capacità di gestire un gruppo di persone indirizzando e coordinando; così come l’abilità a risolvere conflitti, organizzare gruppi, stabilire e mantenere amicizie e capire i sentimenti altrui, facilitando i rapporti con gli altri e tra gli altri, è un’altra capacità di relazione.
L’intelligenza intrapersonale è strettamente legata all’intelligenza interpersonale perché bisogna conoscere e riconoscere le proprie emozioni e le proprie capacità per poterle utilizzare anche per gli altri e avere un controllo emotivo per ottenere il raggiungimento dei propri obiettivi.

L’importanza delle relazioni sociali
Perché sono importanti le relazioni sociali?
Esaminiamo il concetto dei bisogni fondamentali (Piramide di Maslow). Quali disturbi possono essere ad esse correlate, a cosa può portare un’eccessiva solitudine?
Essere capaci di comunicare, cioè la capacità relazionale, significa riuscire a trasferire quello che pensiamo dentro di noi agli altri e comprendere contemporaneamente quello che gli altri pensano, e questo è il centro dell’esistenza umana.
Per approfondire questo tema leggi il mio articolo su “Paura della solitudine”
Le relazioni sono fondamentali, direi vitali alla nostra esistenza, per avere una salute fisica e mentale che ci produca benessere e qualità di vita e dove la base per capire l’altro è la relazione, quindi il parlarsi e il comunicare.
Infatti se il bambino non si sente compreso e ascoltato dai suoi genitori perde sicurezza, perché è quando pensiamo che l’altro non ci capisce che sorgono problemi di relazione che possono condurre a vari disturbi come la sensazione di solitudine, disturbi psicosomatici e depressioni.
Per approfondire questo tema leggi il mio articolo su “Malattie psicosomatiche e psicosomatica: cosa sono e tipologie”
A noi esseri umani non mancano i mezzi per la capacità relazionale come la parola, i gesti, gli sguardi, la posizione che assume il corpo e tutto questo serve per le relazioni sociali che dipendono anche dai mezzi di comunicazione che impongono certi modelli.
Naturalmente l’autostima è diventata fondamentale per riuscire a sfondare nelle relazioni sociali perché il modello della persona sicura, brillante e estroversa è quello che vince nella socializzazione, mentre il timido, l’introverso e l’insicuro, perde essendoci un culto narcisistico anche per le capacità di relazione.

Per approfondire questo tema leggi il mio articolo su “come aumentare l’autostima”
Piramide di Maslow
Fu Abraham Maslow lo psicologo che nel 1954 pensò ad un modello motivazionale per le persone dove i “bisogni” erano disposti gerarchicamente dove quelli più elementari facevano emergere quello superiori.
Alla base della piramide ci sono i bisogni essenziali alla sopravvivenza e salendo verso il vertice troviamo i bisogni più immateriali.

Le critiche fatte a questo modello furono che non tiene conto dell’interazione tra persona e ambiente esterno, che non è fondamentale per il comportamento dell’individuo passare tutti i livelli e che esclude che una persona possa essere spronata da più bisogni simultanei anche se con diversa intensità.
Relazioni sociali e disturbi psicofisici
Abbiamo visto che le relazioni sociali sono il grande e unico scopo nella qualità di vita dell’uomo dove deve costruire amicizie, affetti, amori, sessualità, confronti, conoscenze e vivere in società.
Vi sono dei problemi quando l’individuo singolo, nell’ambito delle sue relazioni sociali, ha delle difficoltà di convivenza, di rapporti e mancata appartenenza al gruppo.
Può avere dei disturbi psicologici o psicosomatici con bassa autostima e paura del giudizio altrui, per cui c’è la necessità di un appoggio di una psicoterapia che possa aiutarlo a capire i suoi comportamenti per inserirsi nel gruppo sociale e familiare.
L’individuo è parte attiva della sua socializzazione primaria e secondaria ed è un processo continuo dove viene creata e ricreata l’identità.
Per Freud le pulsioni della persona sono intrinsecamente in conflitto con le esigenze della società e, in questa situazione, la socializzazione verte nell’ammaestramento delle pulsioni individuali.

Perché alcune persone arrivano sempre in ritardo?
La maggior parte di noi è arrivata in ritardo almeno una volta nella vita, ma alcune persone si ritrovano costantementein ritardo.
Perché alcune persone sembrano destinate ad arrivare in ritardo mentre altre considerano la puntualità un dogma? È una domanda che da lascia perplessi gli scienziati comportamentali e i cui risultati, a volte, sembrano contraddittori.
Uno studio del 2003 sulla performance umana non ha trovato alcun legame statisticamente significativo tra il ritardo cronico e qualche tratto della personalità, e hanno pensato che probabilmente la puntualità non è un difetto del carattere della persona.
Ricerche più recenti ci dicono invece che tendenze psicologiche, orologi interni e persino differenze biologiche sembrano spingere alcuni di noi verso la puntualità e altri verso il ritardo, spesso senza che nessuno se ne renda conto.
Il vicepreside della facoltà di psicologia della San Diego State University è uno dei principali ricercatori in materia di puntualità e osserva che, sebbene il ritardo non sia sempre riconducibile a un singolo tratto caratteriale, la prevalenza delle prove dimostra che “esistono differenze individuali significative nella personalità che sono correlate al ritardo cronico“, un’opinione condivisa da altri ricercatori comportamentali.
Comprendere questi modelli è più importante di quanto potremmo pensare, poiché la puntualità è un collante sociale, segnalando rispetto per il tempo altrui, formando le relazioni e nell’ambito del lavoro.
In effetti quando ci accordiamo per un appuntamento in un determinato luogo a una determinata ora, si stipula essenzialmente un contratto, ma se una persona è costantemente in ritardo, si crea una trasgressione della fiducia non solo per il momento, ma spesso per l’intera relazione.
Le persone coscienziose tendono ad essere “responsabili, orientate agli obiettivi e disciplinate, affidabili e attente ai dettagli”.
Dawna Ballard, professoressa associata di studi sulla comunicazione presso l’Università del Texas ad Austin spiega che le persone coscienziose sviluppano naturalmente abitudini (preparazione, organizzazione, pianificazione) che le portano ad arrivare in anticipo o puntuali. “Al contrario”, afferma, “se si ha un basso livello di coscienziosità, si ha difficoltà a gestire il tempo e i compiti”.
Bisogna imparare a rendersi più consapevoli del tempo come consultare di più l’orologio, pensare a quanto ci posso mettere per arrivare in un dato posto e impostare un segnale che ci avverte di quando dobbiamo uscire e riconoscere che il ritardo può essere percepito, dagli altri come una mancanza di rispetto.
Rapporti interpersonali e il giudizio degli altri
Il giudizio degli altri è, nella maggior parte delle volte, una proiezione di quello che pensiamo noi di noi stessi in maniera più severa.
Ci chiediamo: che impressione avrò dato? Come mi giudicheranno? Ho fatto bella impressione? Come mi devo vestire o che auto devo avere? Ecco che l’ansia prende il sopravvento condizionando la vita.
Infatti il giudizio sociale fa diventare schiavi di regole, luoghi comuni e leggi che spesso non sono altro che lo specchio del nostro giudizio interno che spesso condanna e ci fa soffrire.
Più il giudizio degli altri si fa pressante, più sentiamo insicurezza, paura, ansia e, specialmente, ci isoliamo così da sentirci terribilmente soli.

Umberto Galimberti: “vivere soli, il trionfo dell’egoismo”
In una intervista di Sabina Minardi sull’Espresso del 27 Gennaio 2017 il filosofo diceva che la scelta sempre più diffusa di vivere soli produrrà conseguenze negative per la società.
“Saremo una società più egoista. Del resto, quando le società sono più povere, i vincoli familiari sono più forti e prevale la solidarietà. Quando, invece, le società diventano opulente, o comunque libere dai bisogni fondamentali, individualismo ed egoismo, caratteristiche proprie del benessere, si fanno più radicali”.
Quindi la società ha bisogno dei sentimenti e l’impoverimento sociale sta mutando l’uomo che non è più lo stesso ed è difficile e faticoso avere relazioni che ci servono per stare bene e per non cadere in depressioni, ma dobbiamo comunicare con l’altro attraverso emozioni e empatia.
È fondamentale avere un buon rapporto con sé stessi e con gli altri per imparare che abbiamo bisogno di amore, comprensione e relazioni per un benessere personale.
Se sentiamo che non siamo soddisfatti e che ci manca qualcosa, c’è la necessità di intraprendere un percorso conoscitivo di noi stessi con una psicoterapia perché, come scrive Galimberti: “Vivere soli depaupera i sentimenti”.
Sotto l’ombrellone, il pettegolezzo ci salverà
Scrive una giornalista americana «Interessarsi al gossip è semplicemente inevitabile, perché è connaturato all’evoluzione della nostra specie, sparliamo non perché possiamo, ma perché dobbiamo» dichiara l’autrice. Infatti i dati sembrano darle ragione perché secondo uno studio pubblicato nel 2019 su Social Psychological and Personality Science ci diamo al gossip 52 minuti al giorno. Tutto questo succede perché farlo ci ha portato dei vantaggi evolutivi.
Quali?
Per capire il valore sociale del pettegolezzo, dobbiamo risalire alle origini dell’umanità.
Pensiamo ad una tribù preistorica, senza istituzioni o gerarchie, dove la sopravvivenza dipendeva dalla fiducia reciproca e dalla conoscenza dei comportamenti altrui. Chi era leale? Chi inaffidabile? Chi rispettava le regole del capo? Era il pettegolezzo la bussola sociale che permetteva di stabilire regole e valori condivisi, così da rafforzare la coesione del gruppo e disincentivare comportamenti antisociali e, non a caso il gossip è diffuso dovunque e da sempre.
Non ha necessariamente un contenuto negativo: indica solo un’informazione su una terza persona assente.
Questo scambio di informazioni sugli assenti da sempre è servito per venire inclusi in una cerchia di persone a cui diamo fiducia e che diventano il nostro cerchio sociale. Poter confidare a qualcuno che: “So qualcosa che nessun altro sa e lo dico solo a te” crea immediatamente un senso di vicinanza e fiducia.
Chi rifiuta il gossip rischia l’isolamento tanto quanto chi ne abusa.
Ascoltare o raccontare i fatti altrui attiva il rilascio nel cervello di dopamina, un neurotrasmettitore che spinge a ricercare e ripetere i comportamenti gratificanti. E così il gossip ci può garantire la protezione delle persone con cui abbiamo spettegolato. E’ un collante sociale, un mezzo per condividere valori, idee e amicizie.
La Bibbia attribuisce l’origine storica del gossip a Eva, che condannò gli umani a lasciare l’Eden perché raccontò una storia che le aveva riferito un serpente.
Perché ci vergogniamo del gossip? Un primo motivo è che spesso contiene notizie sfavorevoli e maligne dove l’intenzione sottesa è infatti quella di aggredire la reputazione altrui, un’azione in contrasto con l’amore del prossimo che ci è stato predicato per millenni. Inoltre il gossip calpesta il valore borghese della rispettabilità.
Il pettegolezzo richiede intelligenza emotiva ed elevate abilità comunicative, perché la storia deve essere interessante come un racconto giallo per rapire la curiosità degli ascoltatori.
App d’incontri: cosa vogliono oggi le persone?
Sembra che, specialmente la Generazione Z, oggi stia riscrivendo le regole dell’amore digitale perché così affermano tre app d’incontri piuttosto diffuse.
I report 2025 di Tinder e altri aprono a un panorama dove oggi uscire con qualcuno è diventato un atto più consapevole, forse più complicato ma anche più indirizzato verso la sincerità dove c’è un desiderio di incontrare qualcuno che possa capirci e ascoltarci, con più romanticismo e la Gen Z sembra voler ancora credere nelle relazioni cambiando le regole del gioco.
Sembra che oggi la regola sia la fine dei giochini di Tinder con risposte vaghe e segnali da interpretare mentre ora vogliono meno compromessi e specialmente dire le cose come si desiderano e esprimere fin da subito, apertamente quello che si cerca se una relazione seria o un’avventura o solo qualche parola davanti a un caffè o un aperitivo, senza andare oltre.
Gli utenti chiedono più onestà emotiva e conversazioni più limpide e oneste dove si fanno aiutare dall’AI per potersi esprimere meglio nelle descrizioni per migliorare il profilo, scegliere le foto giuste per una lettura più vicina alla realtà e più interessante da proporre.
In effetti il mostrarsi e il raccontarsi senza vergognarsi può aumentare l’interesse in un’epoca dove mostrarsi è diventato un obbligo e questo fa scoprire che non sono cambiati i sentimenti ma la maniera di esporli e viverli dove le persone mettono al primo posto le conversazioni sincere e l’empatia e l’ascolto dell’altro finalmente diventa più importante dell’esteriorità.
Tutto questo porta a fare domande più profonde e interessanti durante i primi incontri perché le persone vogliono sentirsi viste e capite, e le domande che colpiscono di più sono quelle che approfondiscono temi già emersi o che toccano concetti personali aprendosi davvero all’altro e le donne sono diventate più nette: sanno cosa vogliono e cosa non sono più disposte a tollerare.
Ultimo trend, ma non meno curioso: l’amore (o almeno il dating) passa dalla group chat. Secondo Tinder, nel 2025 sono sempre di più le persone single che chiedono l’approvazione degli amici prima di andare avanti con un match.
L’intimità nell’era dei social
Sono i social che gestiscono la nostra vita come se fossimo in una vetrina e tutti ci guardano, e questo ci porta a comportarci di conseguenza intaccando il nostro modo di vivere le relazioni trasformando ogni legame in qualcosa di pubblico.
Siamo arrivati a una vera e propria inversione dei valori affettivi e l’intimità di oggi diventa una “cultura dell’incontro occasionale” dove per i giovani adulti le relazioni sono occasionali o serie dove il sesso diventa più leggero e neutro e la tenerezza, l’intimità può pericolosamente dare adito a un impegno e a un rischio
Dal Rapporto Censis-Bayer del 2019 sui nuovi comportamenti sessuali degli italiani, emerge come l’intimità oggi sia sempre più separata dall’affettività. Per il 79,6% dei giovani tra i 18 e i 40 anni, la sessualità non coincide necessariamente con l’amore o la vicinanza emotiva: il 15,1% afferma che lo è “sempre” e il 64,6% “qualche volta”. Solo un giovane su cinque, quindi, lega ancora il sesso all’amore
Nello stesso rapporto, la parola più frequentemente associata al sesso è “piacere” (19,8%), mentre “amore” è indicato solo dal 16,5%.
C’è una profonda trasformazione dell’intimità che non è più legata al legame e molti sono riluttanti a prendere un impegno affettivo con l’altro dove anche semplici gesti come il tenersi per mano può indicare un proseguimento, un poi.
Siamo sempre immersi in una esposizione continua dove bisogna decidere cosa far vedere e rendere pubblico e cosa, invece nascondere allo sguardo altrui come se tutti stessero lì ad osservarci, e questo ha pregiudicato il modo di vivere le relazioni che diventano legami pubblici e, quindi sottoposti a giudizi altrui.
Siamo entrati in un’era che si potrebbe chiamare dell’auto- vigilanza su se stessi attraverso un’autocensura per difesa dalla paura di essere vulnerabili per cui è meglio essere percepiti distaccati per non sembrare ingenui e così facendo ci si abitua a misurare ogni gesto e ogni parola con un costante controllo dell’immagine che mina le relazioni e condiziona l’intimità e il desiderio perché la percezione è di essere sempre sotto lo sguardo digitale.
Anche il sesso è slegato a un’idea di futuro, è un linguaggio immediato così come la sua consumazione e i gesti intimi e affettivi, come tenersi per mano sono sotto la lente del giudizio altrui, non si nega l’intimità ma la dissimuliamo.
Avere un fidanzato è diventato imbarazzante? Online rende meno?
Fino a non molti anni fa le donne venivano lodate per la loro capacità di trovare e, specialmente tenersi un uomo e la loro identità era incentrata sulla vita del partner, prese solo dalla relazione romantica che però non poteva essere sfruttata più di tanto sui social e se diventava ancora più fiacca e limitata e non produceva coinvolgimento, non diventava più di tanto interessante anche in maniera professionale, per riuscire a monetizzare il grande amore.
Recentemente sembra che si assista a un cambiamento nella maniera in cui le donne raccontano le loro relazioni online mettendo in secondo piano, sfocando se non oscurando il volto del partner quando postano sui social, come se volessero cancellare il fatto che stanno insieme a lui ma mettendolo lo stesso online come un gioco del vedo e non vedo.
Cosa sta succedendo? Stare con un uomo è qualcosa di cui vergognarsi? Non avere legami è più sicuro, perché fa meno male. Ma che paure nasconde?
Le donne non vogliono rinunciare al diktat sociale di essere in coppia senza essere bollate come coloro che si dedicano interamente al loro fidanzato, come se fosse imbarazzante e complicato.
Da un lato aspirano ai benefici sociali di avere un partner e dall’altro non vogliono apparire culturalmente sottomesse alla relazione rendendosi conto che è molto convenzionale e che fa rima con noioso.
E’ qui il problema? Forse si se le relazioni vengono vissute come codipendenza dove il ruolo della donna è quello distare all’ombra del compagno ma una sana relazione non è così anche se c’è come punto importante una specie di codipendenza affettiva che però fa sentire tutti e due liberi.
Sembra che molte donne siano superstiziose e pensano che la loro relazione felice possa scatenare gelosie che portano alla fine della loro love story o che il vantarsi di avere un uomo che poi le lascia non possa essere certamente messo online.
Forse è meglio farsi passare per single?
In ogni modo sia single o no, nelle donne c’è la sensazione che stare con un uomo sia quasi sentirsi colpevoli “roba da sfigate” e altra frase che ha ricevuto 12mila like è:” I fidanzati sono fuori moda e non torneranno in voga finché non inizieranno a comportarsi bene”.
Allora oggi è “essenzialmente “non cool” essere una ragazza con il fidanzato” perché gli utenti sono infastiditi dai troppi contenuti sui fidanzati che fa perdere fallower e quando si ha una relazione, si diventa più caute e sbiadite online.
Essere single sui social è meglio?
Una ragazza single è più cool perché è più desiderabile, disponibile, senza vincoli o legami e nessuno a cui dover rendere conto della propria giornata
Ecco l’ennesima conferma che è lo sguardo maschile interiorizzato a preferire le donne single e disponibili, perché meno vincolate e più malleabili. Far parte di una coppia ha cessato di essere un’affermazione del proprio essere donna, non è più considerato un traguardo.
Certo che ci si può innamorare ma anche no e senza vergognarsi o sentirsi in colpa nel provare e non riuscire a trovare l’amore, o nel non provarci affatto.
Effetto cocktail party
Viene chiamato così l’ascolto selettivo che fa il nostro cervello riuscendo a concentrarsi su una sola fonte sonora, in ambienti rumorosi, riuscendo a non tenere conto di quelle che considera poco importanti.
Se pensiamo a certi momenti in cui eravamo in un posto circondati da persone che facevano rumore ma riuscivamo lo stesso a seguire la conversazione con chi ci era davanti o a sentire e captare subito se qualcuno pronuncia il nostro nome anche se siamo immersi in altri pensieri, possiamo capire che non ascoltiamo tutto ma scegliamo cosa ascoltare attraverso la nostra attenzione selettiva che filtra gli stimoli dando priorità a ciò che conta.
Quindi, quali sono i due principi base dell’effetto cocktail party?
La selettività dell’attenzione, ovvero la capacità della nostra mente di concentrare le risorse cognitive su stimoli specifici, ignorandone altri; questa selettività dipende dal fatto che il nostro cervello è programmato per non sovraccaricarsi e seleziona solo ciò che ritiene utile o importante in un dato momento.
Ci deve anche essere un fattore di rilevanza perché l’effetto cocktail party si manifesta soprattutto quando lo stimolo che ci attrae è molto importante per noi, e gli attribuiamo una priorità cognitiva come ad esempio una madre che viene subito attratta dal pianto del suo bambino escludendo altri rumori o anche se è lontano.
Le neuroscienze moderne hanno mostrato che l’effetto cocktail party è il risultato di una ricercata rete di processi vigili. Alla corteccia udiva arrivano in continuazione input uditivi da ogni direzione e di varie intensità, ma solo pochi vengono scelti dall’attenzione selettiva, perché è come se il cervello aggiornasse continuamente ciò che ritiene importante, o rilevante.
Anche quando siamo concentrati in una sola conversazione, comunque, le aree uditive continuano a monitorare l’ambiente che ci fa da sfondo ed è proprio così che possiamo cogliere un suono improvviso, una voce familiare o il nostro nome, anche se non ci stavamo prestando attenzione.
Tuttavia, questo filtro non è infallibile; quando siamo stanchi, stressati, o sovraccaricati da troppe informazioni, la nostra capacità di mettere in campo l’ascolto selettivo diminuisce ed è per questo che a volte facciamo fatica a concentrarci in ambienti rumorosi.
Attraverso tutto questo possiamo renderci conto che la nostra mente ogni giorno seleziona e filtra e da maggiore importanza a quello che conta e lo riscontriamo anche nell’intelligenza artificiale quando parliamo con Alexa o Siri che riescono a distinguere la voce dell’utente anche in ambienti rumorosi.
Declino delle amicizie maschili
Negli Stati Uniti e in Inghilterra sono usciti una serie di articoli che partono da alcuni sondaggi sull’evoluzione delle relazioni sociali durante e dopo la pandemia dove risulta che c’è stata una significativa diminuzione delle amicizie specialmente tra i maschi così come i livelli di solitudine sono aumentati in tutto il mondo.
Secondo i dati del sondaggio statunitense del 2021 dell’American Enterprise Institute, gli uomini hanno meno probabilità delle donne di condividere i propri sentimenti personali. Solo il 21% di loro, contro il 41% delle donne, ha detto di aver ricevuto sostegno emotivo da un amico o un’amica, e il 30%, contro il 48 % delle donne, ha detto di aver condiviso sentimenti personali con un amico o un’amica.
Secondo l’antropologo e psicologo evoluzionista inglese Robin Dunbar, autore di diverse ricerche sull’amicizia, la difficoltà a stabilire relazioni intime da parte degli uomini riflette anche una differenza tipica tra uomini e donne nelle amicizie. Quelle tra le donne tendono a essere più personalizzate, intime e diadiche, cioè di coppia, e a considerare la persona per quello che è più che per il gruppo di cui fa parte.
Nelle amicizie tra gli uomini «conta più cosa sei rispetto a chi sei» e relazioni di questo tipo sono spesso costruite intorno ad attività di gruppo che non richiedono condivisioni a livello emotivo, e in cui una persona può essere anche sostituita (quello dei giocatori di calcetto, per esempio).
La vergogna è la principale ragione che mantiene gli uomini isolati e incapaci di ricevere e fornire sostegno emotivo e gli uomini provano vergogna quando mostrano segni di debolezza perché i messaggi sociali a loro indirizzati indicano qualsiasi debolezza come qualcosa di cui vergognarsi, gli uomini tendono a evitare di avere conversazioni sulla propria vulnerabilità, da loro spesso percepita come una debolezza.
Il calo delle amicizie tra gli uomini è in parte riconducibile anche alla tendenza riscontrata in molti che si aspettano che siano le partner a occuparsi delle relazioni sociali per entrambe le parti della coppia e questa aspettativa porta anche a una riduzione di investimento in nuove relazioni di amicizia.
Come migliorare le relazioni sociali
In effetti avere o non avere la capacità di instaurare delle buone relazioni sociali non è innata e possiamo anche cercare di imparare quelle strategie che ci faranno capire come interagire adeguatamente con gli altri.
Cosa fare?
Sicuramente la nostra capacità empatica ci può far attuare una modalità di ascolto che l’altra persona percepirà come interessamento e ce ne sarà grato, anche perché riusciremo a fare degli interventi che serviranno a fargli capire e sentire la nostra vicinanza e il nostro interesse.

La nostra autostima sarà sicuramente di aiuto anche all’altra persona senza invasioni di consigli autoritari, ma cercando di capire quello che ci vuole comunicare infondendogli la sicurezza del nostro appoggio, accettando le sue paure e i suoi limiti anche attraverso l’atteggiamento del nostro corpo con un viso sorridente e uno sguardo che denota interesse e assenza di giudizio. Tutto questo è frutto anche di uno sforzo da parte nostra perché, se riusciamo a migliorare la qualità delle nostre relazioni interpersonali, la qualità di vita migliorerà perché la fiducia che comunichiamo agli altri ci renderà più soddisfatti e felici.
Per approfondire questo argomento, leggi il mio articolo su “Qualità di vita”
Bibliografia
D. Goleman, Intelligenza sociale, 2007, Rizzoli
G. R. Maio e alt., Psicologia degli atteggiamenti, 2022, Edra
G. Nardone, Correggimi se sbaglio, 2013, Ponte alle Grazie
G. Attili, Attaccamento e legame, 2018, San Paolo
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